Motivazione assegnazione Premio RICORDI DI GUERRA E LIBERAZIONE – III edizione 2025/2026 – sezione B (racconto) – Scuola secondaria di primo grado “Enrico Fermi” di Prato – 2^A
Il racconto “L’ultima staffetta di Figline”, svolto in forma di memoriale, con la voce narrante di Lina Michelacci, affronta il tema del premio da un’angolazione sia personale che collettiva, propria di un’intera comunità, quella di Figline nel settembre del 1943 in un momento tragico per la storia della città di Prato culminato con il martirio di uomini che ebbero il coraggio di lottare per la libertà di un popolo oppresso dalla violenza fascista e nazista. L’elaborato di gruppo realizza in pieno l’idea che ha ispirato la formulazione del bando stesso del Premio che si propone di tramandare il ricordo dei fatti storici nelle giovani generazioni, collegandosi ai valori della nostra Carta Costituzionale e, in particolare, gli studenti hanno dimostrato di aver colto l’eredità lasciata dalla protagonista, Lina Michelacci, nell’invito a considerare la pace non come un bene astratto ma come un valore da realizzare concretamente con la partecipazione e con lo spirito di solidarietà di un’intera comunità.
L’ultima staffetta di Figline
Un racconto ispirato alla vera storia di Lina Michelacci e basato sulle sue testimonianze.
Il mio nome è Lina Michelacci. Oggi ho novantasette anni e, sebbene il tempo abbia solcato il mio viso, la mia memoria è rimasta ancorata a quell’anno, il 1944, a Figline di Prato. Vivo ancora in questo piccolo borgo attraversato dal torrente Bardena, dove l’acqua continua a scorrere instancabile tra i sassi, testimone silenziosa di ciò che i miei occhi di quindicenne furono costretti a vedere.
Pochi giorni fa, rovistando tra vecchie carte ingiallite in un cassetto della credenza che profuma di lavanda e di tempo, è riemersa una lettera. Mi è stata spedita dalla Francia molti anni fa dai miei familiari, un legame che la guerra aveva cercato di spezzare ma che il sangue ha tenuto unito nonostante le macerie. La rileggo oggi, e le parole sembrano ancora cariche di quella speranza incerta che respiravamo allora:
Cher Lina, comment ça va depuis le temps?
Tu nous manques beaucoup, quand est-ce que nous, nous voyons. Notre mère nous a dit que tu avais déménagé, comment est la maison? Est-elle grande ou petite? On vous aime beaucoup, nous espérons vous revoir bientôt.
Bisou,
Victoria et Lilou
Quella domanda sulla “casa” mi ha riportato bruscamente al settembre del 1944. Allora la nostra casa non era né grande né piccola: era solo un guscio di pietre gelide che puzzava di candele consumate fino allo stoppino e di un’attesa che toglieva il fiato.
Prima che il mondo impazzisse, Figline era un borgo grazioso. Ricordo il rumore dei carri e le voci dei vicini che si rincorrevano tra le pietre della pieve di San Romolo. Ci si aiutava, si spartiva il poco che c’era come in una grande famiglia allargata. Ma dopo l’8 settembre 1943, il cielo sopra Prato si era fatto plumbeo. La città era diventata un centro di lotta operaia; i giovani, stanchi dei soprusi, fuggivano sui monti della Val Bisenzio per unirsi ai partigiani. Erano pronti a tutto pur di liberare la loro terra dai tedeschi, che da alleati erano diventati padroni feroci.
In casa eravamo in sei, e la fame era un’ombra magra che ci seguiva ovunque, anche nel sonno. Ricordo ancora la faccia della mamma quando, con le mani sporche di cenere, provò a cucinare una polenta con avanzi di vecchie farine ammuffite recuperate chissà come al mulino: era amarissima, un sapore di fiele che ti stringeva la gola e ti lasciava un retrogusto di sconfitta. Nonostante i morsi allo stomaco fossero diventati un dolore sordo e costante, nessuno di noi riuscì a mandarla giù. Preferivamo il vuoto.
Mio babbo viveva come un fantasma. Per sfuggire al reclutamento forzato e alla deportazione, passava le giornate rintanato nelle cantine umide o nel puzzo soffocante delle fogne, lì dove i tedeschi non volevano sporcarsi gli stivali. Ogni sera, quando scattava il coprifuoco e il ritmo cadenzato dei soldati batteva sulle pietre, ci stringevamo alla mamma sussurrando: «Dio, per favore, fa’ che il babbo torni sano e salvo». Quando finalmente il chiavistello girava e lo vedevamo apparire con un pezzo di pane nero, la gioia superava la paura.
Dicevano che fossi “piccola”, e la cosa mi tornò utile. I tedeschi non badavano a una ragazzina con gli zoccoli rotti e lo sguardo basso. Ero diventata gli occhi della resistenza locale, una staffetta silenziosa che osservava i camion neri salire verso la collina. Il 3 settembre 1944, però, tutto precipitò. Vicino alle case coloniche, un partigiano della Buricchi, ferito e trafelato, sbucò dal canneto. Aveva gli occhi lucidi di febbre. Mi consegnò un messaggio: dovevo avvisare i compagni che i nazisti stavano preparando la ritirata finale verso la Linea Gotica. Era un’informazione vitale per evitare altri massacri.
Nascosi il biglietto sotto stracci sporchi e poche castagne secche nel mio paniere. Mentre camminavo, sentivo il peso di quella carta come se fosse di piombo. Fu allora che provai quella sensazione che ancora oggi racconto ai ragazzi: la strada sembrava allungarsi e mi pareva di dover fare dieci passi su ogni singola mattonella per avanzare di un metro. Ma la fortuna mi voltò le spalle. Una pattuglia dello squadrone 334o mi intercettò. Un soldato, con un gesto brusco, frugò nel cesto. Quando le sue dita trovarono il biglietto, il suo volto mutò. Sentii il freddo del metallo del fucile sulla tempia, poi un dolore acuto e il buio.
Mi risvegliai a Villa Nocchi, una dimora che un tempo doveva essere stata splendida e che ora era un covo di lupi. Al cospetto del Maggiore Karl Laqua, il terrore mi paralizzò. Lui mi fissava con occhi di ghiaccio, ponendomi domande a cui non potevo rispondere. Il destino stava tessendo una trama tragica. Il partigiano ferito era riuscito a rifugiarsi proprio a casa nostra e, vedendo una mia foto sul comò, aveva confessato tutto ai miei genitori per disperazione.
Mio padre, con un coraggio nato dall’amore più puro, raggiunse Villa Nocchi. Non so come fece a penetrare in quell’inferno sorvegliato dallo squadrone 334o, ma mi trovò. Riuscì a trascinarmi fuori, ma durante la fuga nel bosco le pattuglie ci avvistarono. Le grida e i latrati dei cani squarciarono il silenzio. Una raffica di proiettili lo colpì prima al ginocchio, facendolo crollare, e poi a un rene. Mi gettai su di lui, cercando con le piccole mani di chiudere quelle ferite da cui la vita fuggiva via troppo in fretta. Mi guardò un’ultima volta, un sorriso triste tra il dolore, e sussurrò: «Così sia per l’Italia libera!». Poi il suo respiro si spense, lasciandomi sola in quel fango reso rosso dal sangue.
Scappai verso casa, a Figline, distrutta, portando nel cuore il peso del sacrificio di mio padre. Non ebbi tempo per il lutto. Sotto l’arco di via Maggio, alle prime ore del mattino del 6 settembre 1944, l’orrore stava compiendo il suo atto finale. Trenta ragazzi, catturati dopo uno scontro a fuoco in località Pacciana, erano schierati lungo il muretto della Bardena. C’erano giovani italiani e persino partigiani sovietici come Nicolaief e Staicovik, uniti dallo stesso destino.
Udii la voce gelida di Laqua dare l’ordine. I soldati incastrarono una trave tra due finestre sotto l’arco, portando sedie e corde. Obbligarono Alceste, un mio vicino, ad assistere per dare l’esempio. I ragazzi imploravano un goccio d’acqua, ma i nazisti ridevano svuotando le borracce a terra, davanti ai loro occhi arsi. Vidi Mario Tronci, solo diciotto anni, la stessa età di tanti ragazzi che vedo oggi a scuola. Quando lo sollevarono, la corda, forse logora, si spezzò. Mario cadde a terra e gridò «Fortuna!», invocando la grazia che spettava a chi sopravviveva al cappio. Ma in quel settembre non c’era legge, solo odio. Mario non pianse; si rialzò con una dignità che fece ammutolire la piazza, risalì sulla sedia e si rifece il nodo al collo da solo. Un istante prima del vuoto, la sua voce squarciò l’aria: «Viva l’Italia libera!».
In quel caos di grida e morte, notai un uomo, Santino Grassi, all’estremità della fila. I tedeschi erano distratti dall’atto di Mario. Senza farmi vedere, mossa da una forza che non sapevo di avere, afferrai un vaso di coccio dal mio davanzale e lo scaraventai in strada dal lato opposto. Il boato del coccio attirò i fucili dei tedeschi verso di me. Quel secondo di distrazione fu la vita per Santino: scattò, si gettò nel pozzo di una casa vicina e scomparve nell’oscurità. Si salvò così, unico raggio di luce in quella mattinata di tenebra.
Poche ore dopo, le prime jeep americane entrarono a Prato tra le grida di gioia. Ma per noi di Figline la libertà aveva il sapore della cenere e della pioggia che ricominciava a cadere. Identificammo i cadaveri, tra cui i due fratelli di Migliana vestiti in modo identico, e li adagiammo in una fossa comune al cimitero del paese, prima che i compagni li portassero a Chiesanuova per una degna sepoltura.
Oggi, cammino spesso su quelle mattonelle di via Maggio. A terra ci sono trenta strisce di pietra. Ventinove si fermano bruscamente contro il muretto bianco, il muro della morte. Solo una attraversa quel confine e finisce in un cerchio: il pozzo di Santino.
Mio figlio Alessio ha ritrovato recentemente il mio vecchio diario in cantina. Lo abbiamo aperto insieme. In una pagina, un giorno era stato cancellato con tratti nervosi e intitolato: “Il giorno più brutto della mia vita”. Raccontava della morte dei partigiani e di mio padre, ma accanto a quel dolore c’erano le mie prime poesie, i miei tentativi infantili di rimettere insieme i pezzi del mondo.
Leggendole sono scoppiata in un pianto silenzioso ma, a tratti, gioioso. Ho riso della Lina di allora, che voleva cambiare il mondo con le rime mentre intorno tutto crollava.
Racconto questa storia perché non voglio che quel sacrificio cada nell’oblio. La nostra Costituzione, all’articolo 11, dice che la guerra è sbagliata a prescindere. Io, finché avrò voce, continuerò a raccontare la fame e la paura, ma anche gli abbracci veri e la forza di farcela insieme. Prato è libera, ma il mio cuore resterà sempre lì, sotto quell’arco, a fare la guardia alla memoria di chi ha dato tutto per il nostro presente.
Scuola secondaria di I grado “E. Fermi” di Prato
classe 2a A
